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Le Marche appartengono all’Italia centrale, ben
riconoscibili fra le atmosfere nordiche e le
suggestioni del sud.
Conservano tracce non
comuni dell’antica bellezza nelle città e nella
campagna. Una terra di contadini civilizzati si
potrebbe dire, che guarda con nostalgia non
priva di buon senso al passato che, però, sente
ormai superato. Tutto ciò è significativo in una
regione legata ad alcune continuità rurali,
tipiche del mondo mezzadrile, esprimibili nei
concetti di prudenza, oculatezza, stretto
rapporto con il territorio e l’ambiente
d’origine, ricerca di tranquillità sociale, ma
senza bigottismi.
Il paesaggio è dominato da tre
elementi: il mare con una costa attrezzata,
ricca di centri eleganti e di storia, insieme a
insediamenti industriali; la montagna, ricca di
prati, faggete e terrazze coltivate, e la
campagna con oltre 100.000 case coloniche dove,
sino a trenta anni fa, risiedeva gran parte del
milione e mezzo di abitanti.
Il paesaggio
agrario è moderno, ma non sciatto ed omogeneo,
poiché è il prodotto della conservazione
dell’ambiente nei suoi aspetti caratterizzanti,
tipico di una cultura rurale millenaria.
Particolarmente significativo, fino agli anni
Sessanta, è stato il rapporto città-campagna:
nessuna grande città, ma centinaia di cittadine
e paesi, metropoli di contadi coloniali, che
hanno dato origine ad un sistema socio-economico-culturale ben integrato ed
armonico, dove si è prodotto per l’autoconsumo e
il mercato. Il suo simbolo è quella società
mezzadrile, autarchica dunque, ormai scomparsa,
che si riconosce in quasi tutti i passaggi
sociali e produttivi, oltre che nel carattere
dei marchigiani.
Il concetto della metà
mezzadrile (fra contadino e padrone) ha
assicurato un decente tenore di vita nelle
campagne, potendo i mezzadri alimentarsi con i prodotti dei campi e vivere nelle case
coloniche, che ospitavano anche le stalle. Ma ha
garantito anche un senso di conservazione
dell’ambiente e degli animali, troppo legati
alla sopravvivenza e al futuro delle famiglie,
per poter essere compromessi. Il principio base
delle aree migliori delle Marche, era quello di
un lavoratore ogni ettaro di superficie. Ne
consegue che disboscando e prosciugando valli
paludose, sono state create nuove terre da
grano, che spesso, con i suoi prodotti finiti,
come il pane e la pasta, era l’unico e comunque
il principale alimento.
La tranquillità e la
sicurezza sociale erano garantite dalla durezza
del sistema che espelleva dalle campagne e
isolava chiunque vivesse di espedienti o
rappresentasse un pericolo per l’azienda e la
famiglia. Aspetti che sono intensamente entrati
a far parte del carattere dei marchigiani. I
piccoli poderi erano luoghi importanti e cellule
di un ecosistema che, pur producendo al massimo,
ha conservato un accettabile equilibrio
dell’ambiente e della società.
Su queste
premesse sono state costruite le basi di una
terra che rimeggia nelle statistiche sulla
qualità della vita. Da ciò derivano gli
appellativi attribuiti alle Marche: piccolo è
bello, piccolo è buono. Il ruolo della famiglia
mezzadrile è determinante, quindi, sull’antica e
moderna agricoltura, nella quale dominano ancora
i cereali e la produzione di prodotti tipici che
rappresentano, oggi più che mai, uno strumento
dì reddito e crescita. Se piccolo è spesso
sinonimo di cura e qualità, i prodotti tipici
marchigiani, magari pochi per quantità, sono fra
i migliori che il mercato conosca.
Non a caso
l’agricoltura biologica, il vero legame fra
recupero del passato, nuove tecniche e
conservazione dell’ambiente, ha nelle Marche una
delle principali interpreti fra le regioni
italiane. I prodotti tipici, esempio di cura
produttiva e di qualità biologica, sono
coltivati nel rispetto dell’ambiente e del
consumatore, che oggi esige sapori, gusti e
salubrità ai massimi livelli.
LE OLIVE E L’OLIO DI OLIVA
Pianta preziosa l’olivo e merce ancor più
preziosa l’olio marchigiano, che ha sempre
goduto di una reputazione invidiabile. Nel XIII
secolo, le navi marchigiane che approdavano sul
Po pagavano il pedaggio in olio al quale veniva
conferito un valore superiore rispetto a quello
proveniente da altre regioni. Anche i Veneziani
apprezzavano “l’olio de Marchia” che veniva
rivenduto ad un prezzo superiore in virtù
dell’aroma e del sapore, qualità ancor oggi
pressoché intatte. La qualità e la tipicità
dell’olio marchigiano sono il frutto della
combinazione di diversi fattori: la base
varietale utilizzata, che unisce al Frantoio ed
al Leccino alcune varietà locali, diverse da
zona a zona, il particolare ambiente
pedoclimatico marchigiano, le antiche tecniche
agronomiche e, non ultima, la sapiente
tradizione frantoiana che vede coesistere le
realtà produttive più all’avanguardia con i
piccoli impianti che effettuano ancora la
frangitura con molazze e l’estrazione a
pressione. Il risultato è un olio che, da anni,
non fa che collezionare riconoscimenti a livello
nazionale ed internazionale. L’olio tipico
marchigiano è caratterizzato da un fruttato
medio-leggero con frequenti sentori di erba e
mandorla verde, al gusto tendenzialmente dolce
con note di amaro e piccante.
La presenza di numerose varietà tipiche
dell’ambiente regionale che si mescolano al
Frantoio ed al Leccino in proporzione variabile,
esaltando di volta in volta questa o quella
caratteristica, rende possibile una combinazione
pressoché infinita di sfumature e aromi per cui
ogni assaggio di olio diviene un momento unico
ed irripetibile.
Tra le varietà locali, vanno ricordate la
Coroncina, il Piantone di Falerone, il Piantone
di Mogliano, la Rosciola, il Sargano, l’Orbetana,
la Mignola, la Carboncella, la Raggia e la
Raggiola, alcune delle quali danno origine ad
oli monovarietali le cui produzioni, ancora a
carattere sperimentale, lasciano intravedere
interessanti prospettive future di mercato. Un
mercato di nicchia riservato ai consumatori più
attenti, che non si accontentano di un olio
qualsiasi.
I numeri dell’olivicoltura
marchigiana (appena 7.000 ettari investiti
sull’intero territorio regionale) non consentono
alternative sul fatto che si debba puntare alla
caratterizzazione e alla qualità degli oli.
Altrettanto preziosa è l’oliva da mensa.
Unica è
l’Ascolana Tenera, chiamata picena dai classici
latini. Buona, croccante, di facile digestione,
è di gran lunga la miglior oliva verde da tavola
del mondo. Il suo habitat ideale, originato dal
disfacimento di rocce calcaree su travertini,
dal confluire di acque e da un clima ideale per
le piante, è vicino ad Ascoli Piceno, anche se
la zona produttiva è più vasta. Gode di illustri
preferenze e testimonianze che decantano la
scarsa presenza di olio ed acidi, la bontà in
salamoia (Plinio), o come inizio e fine pasto
(Marziale), o di citazioni più recenti legate a
Papa Sisto V, Garibaldi, Rossini, Puccini. Il
suo limite è l’estrema delicatezza dei frutti
che, per essere idonei alla lavorazione, devono
essere perfettamente integri. Si può immaginare
quindi quanta maestria e quanta pazienza si
richiedano alle laboriose donne ascolane che si
dedicano ancora alla raccolta di questo
autentico tesoro. Quando anche loro si
arrenderanno alla fatica della raccolta, sarà
veramente difficile salvare questo prodotto
dall’estinzione. La produzione attuale è di 4-5
migliaia di quintali che, in annate sfavorevoli,
si riduce a poche centinaia. Nel mondo è nota,
oltre che in salamoia, nella versione farcita e
fritta “all’ascolana”.
Se le materie prime e la
tecnica di lavorazione sono originali, il
risultato è indimenticabile.
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LA PASTA
Nelle Marche i cereali sono diffusissimi. La
pasta fatta in casa e
il pane erano gli elementi
basilari, spesso unici, delle famiglie
mezzadrili. La battaglia del grano, in epoca
fascista, diede il via ad un profondo programma
di ricerca che la recente sperimentazione ha
ulteriormente migliorato dando vita a varietà di
altissimo pregio. Grani teneri e duri eccellenti
hanno favorito la crescita di pastifici
artigianali. Metodi e logica produttiva sono
artigianali per tutte le paste, sia all’uovo che
di semola. Quella all’uovo richiama i sapori
della pasta fatta in casa. I maccheroncini di Campofllone, ad esempio, prodotti nel paesino
ascolano, sono unici. Presenti su tavole e
vetrine internazionali, sono particolarmente
apprezzati perché conservano le peculiarità
della lavorazione artigianale. Gli ingredienti e
la ricetta sono semplici: due le materie prime,
la farina di grano duro e le uova, in quantità
doppia rispetto agli impasti normali. Le donne,
che si tramandano quest’arte, lavorano a mano o
con un cucchiaio di legno. E’ molto indicato
l’accostamento con il ragù, ma anche con il sugo
di pesce. Per le paste di semola alcuni
artigiani utilizzano grani duri di gran qualità.
Macinazione, impasto e produzione rispettano
tradizione e assoluta artigianalità in tutta la
filiera produttiva. Grazie all’alto valore
proteico e alle ottime caratteristiche
organolettiche, le paste di semola, dal profumo
particolarmente intenso, sono molto richieste
dai più esigenti mercati mondiali.
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I FORMAGGI
La storia dei formaggi è secolare e suggestiva
quanto quella della pastorizia.
Da fonti
antichissime si apprende che i formaggi tipici
marchigiani erano molto apprezzati già nella
Roma di Augusto, mentre nel XVI secolo la
Casciotta d’Urbino aveva tra i suoi estimatori
Michelangelo, che amava gustarla in primavera,
periodo dell’anno in cui questo prodotto sfoggia
le sue caratteristiche migliori.
Ancor oggi la Casciotta si ottiene miscelando
sapientemente latte di pecora e di vacca di
provenienza locale, che viene fatto cagliare a
una temperatura di circa 35° e posto in appositi
stampi dove viene pressato manualmente con una
particolare tecnica. Grazie ad un saggio
abbinamento di tecnologia e tradizione è ormai
possibile apprezzare la qualità di questo
prodotto per tutto l’anno. La crosta sottile è
indice di una maturazione breve (15-30 giorni)
che permette di conservare un sapore dolce e
delicato che ricorda quello del latte. La pasta
di questo formaggio, che si presenta in forme
cilindriche di piccole dimensioni, è
bianco-paglierina, compatta, molto friabile e
con lievi occhiature. Si produce nella provincia
di Pesaro-Urbino ed è l’unico formaggio
marchigiano a fregiarsi della denominazione di
origine protetta (DOP) che lo tutela in tutta la
Comunità Europea.
Di tradizione antichissima è anche il formaggio
di fossa, conosciuto come ambra di Talamello,
che nasce dall’arguzia dei contadini di questo
paesino posto all’estremo confine settentrionale
della regione. Seguendo ancor oggi un’antica
usanza, nata al fine di difendere il prezioso
prodotto dai saccheggi dei soldati, il formaggio
viene posto in sacchi di tela e collocato in
fosse di tufo che vengono poi chiuse con
coperchi di legno e gesso. All’apertura delle
fosse, che avviene nel mese di novembre, non
prima che siano passati tre mesi
dall’infossamento, le caciotte si presentano
profondamente trasformate. Di colore quasi
dorato, come l’ambra, hanno un aroma intenso,
con sentori di zolfo e tartufo che le rendono
inconfondibili.
Molto vasta è la gamma dei pecorini che
caratterizzano tutte le zone montane, ricche di
pascoli. Nell’area dei Monti Sibillini è
particolare la consuetudine di aromatizzare il
caglio con maggiorana, serpillo, germogli di
rovo, chiodi di garofano, noce moscata, pepe e
olio, il tutto amalgamato con rosso d’uovo e...
pecorino! Al momento di cagliare, l’impasto è
sciolto nel latte e il calore del fuoco fa il
resto. La pasta è compatta, di colore giallo
paglierino nel prodotto consumato fresco, e via
via sempre più intenso a seconda del grado di
stagionatura che può durare anche più di un
anno. Nel nord della regione è possibile trovare
ancora il pecorino conservato in botti di
rovere, barili o tini, in cui viene lasciato
fino a tre mesi avvolto in foglie di noce o, in
alternativa, disposto a strati insieme ad erbe
aromatiche o vinacce.
Completano il ricco
panorama di formaggi marchigiani alcuni prodotti
la cui diffusione è estremamente circoscritta,
quali il Casecc, il caprino, lo slattato, il
raviggiolo, fino al cacio in forma di limone,
risalente all’epoca medievale e presente nella
lista delle vivande di Bartolomeo Scapi, cuoco
alla corte papale nel XVI secolo.
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I TARTUFI E I FUNGHI
Il bosco è simbolo di un territorio fortemente
presente nella quotidianità dei marchigiani,
anche dopo le vaste emigrazioni verso la costa.
Tra i suoi prodotti, castagne, noci, fragole,
mirtilli, lamponi, more e bacche di ginepro,
l’appellativo di “re” spetta al tartufo, mentre
quello di “corte” appartiene ai funghi. Zone
tipiche del tartufo sono l’entroterra della
provincia di Pesaro-Urbino, parte di quello di
Ascoli Piceno, Macerata ed Ancona. Le principali
varietà diffuse sono: il Bianco, tuber magnatum
Pico, un tempo erroneamente chiamato d’Alba o d’Acqualagna.
Considerato il più pregiato e raffinato, si
trova a Sant’Angelo in Vado e Sant’ Agata
Feltria, da ottobre a dicembre. Il Nero
pregiato, tuber melanosporum Vitt., che
Gioacchino Rossini si faceva inviare in Francia,
è presente da dicembre a febbraio, ad Acqualagna
(Pesaro¬-Urbino), Acquasanta Terme,
Roccafluvione, Comunanza, Montefortino (Ascoli
Piceno), o Camerino e Visso in provincia di
Macerata.
Sono tipici il Bianchetto o Marzuolo, tuber
borchi Vitt., raccolto a fine inverno a
Fossombrone (PU) e, un po’ ovunque, gli Scorzoni
d’estate e d’inverno, tuber aestivum Vitt. e
tuber uncinatum Chatin.
Oggi i tartufi vengono anche coltivati con
particolari tecniche.
Il Centro Sperimentale di Sant’Angelo in Vado,
produce infatti piantine tartufigene che
micorizzate, sono usate per rimboschimenti e
tartufaie coltivate. Soprattutto a Sant’Angelo
in Vado, Acqualagna e Sant’Agata Feltria, è
cresciuta l’attività di conservazione e
commercializzazione.
In montagna è molto diffusa la raccolta dei
funghi e i suoi appassionati hanno costituito
alcuni interessanti centri micologici. Numerose
sono le specie commestibili e commercializzate
nei mercati locali: i porcini, i funghi di San
Giorgio, gli ovuli buoni, i più pregiati, le
spugnole, i prataioli, i galletti, le morette,
le mazze di tamburo, i nebbioli, etc.
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I SALUMI
La storia dei salumi marchigiani è legata alla
famiglia mezzadrile, che usava per alimentarsi
quasi tutte le parti del maiale. Molta
attenzione veniva posta nell’alimentazione
dell’animale che si allevava con ghiande e
pastoni. Tale aspetto è tuttora particolarmente
curato e ciò si riflette molto positivamente
sulla qualità dei salumi. La macellazione
avveniva d’inverno, quando scarseggiava il cibo
proveniente dalle altre attività rurali e le
basse temperature consentivano la conservazione
delle carni. L’uso di non sprecare alcuna parte
e l’esigenza di utilizzare al massimo anche il
lardo hanno dato vita ai due salumi più tipici:
il salame di Fabriano e il Ciauscolo.
Il primo, che rientra nella tipologia dei salami
lardellati, trova già riscontro nelle mercuriali
della Camera di Commercio del XVII e XVIII
secolo che gli attribuivano addirittura un
valore superiore a quello del prosciutto. In una
lettera del secolo scorso, Garibaldi, da
Caprera, ringraziava per l’omaggio di un
composto di carne suina interamente magra, tolti
cioè grasso e nervi, pestato sottilissimamente,
con l’aggiunta di centoventi lardelli, di cui
ventiquattro a forma di dadi, condito con sale e
pepe nero e insaccato nel budello gentile, cioè
il budello dello stesso maiale. Oggi la
produzione è in fase di rilancio, soprattutto
nell’alta Valle dell’Esino.
Nel Ciauscolo, la cui DOP è in corso di
riconoscimento - diffuso più a sud, soprattutto
nel maceratese - il lardo viene macinato e
amalgamato alla carne con la quale forma una
pasta omogenea e facilmente spalmabile sul pane.
Questo procedimento, che lo rende per certi
aspetti simile ai paté francesi, è soprattutto
utilizzato nell’alto maceratese e
nell’entroterra ascolano dove la percentuale di
grasso è maggiore. Oltre alla tecnica di
lavorazione che prevede 2-3 macinature
successive del composto con stampi sempre più
piccoli, riveste particolare importanza la
scelta delle carni che deve comprendere la
spalla, il prosciutto, la pancetta, il lombo e
naturalmente il lardo. Al tutto vengono aggiunti
vino bianco, aglio e pepe, dopodiché il composto
viene insaccato nel budello gentile.
Altri prodotti che dimostrano come del maiale
non si buttasse veramente nulla sono la coppa di
testa e il mazzafegato.
La prima è preparata con un mix di ingredienti
(testa del maiale, cotenne, ossa, orecchie,
codino, etc.) che deve essere assaggiato
assolutamente per apprezzarne il sapore molto
gustoso.
Il mazzafegato invece, localmente noto anche
come salsiccia matta, era, nella tradizione
casalinga, l’ultimo insaccato che veniva
preparato e che accoglieva tutto ciò che non era
stato utilizzato nelle lavorazioni precedenti:
le carni più sanguinolente, i pezzi di polmone e
di reni, gli intestini, i nervetti, la lingua,
il tutto condito con sale, pepe, aglio e
aromatizzato in modo variabile da zona a zona.
Tornando ai salumi più “nobili”, va senz’altro
citato il prosciutto di Carpegna che ha
ottenuto, nel 1996, la denominazione di origine
protetta (DOP). Anche se la zona di produzione è
limitata al solo Comune di Carpegna, la sua
diffusione è senza confini trattandosi di un
prodotto apprezzato in tutto il mondo. Sempre
dal Montefeltro proviene un particolare
prosciutto aromatizzato con aglio, pepe,
rosmarino, alloro e vino cotto, con l’aggiunta
di sale e zucchero, molto meno conosciuto ma non
per questo meno interessante. Altri prodotti di
pregio sono la lonza, il lonzino, la porchetta e
la pancetta arrotolata, ma la gamma dei salumi
marchigiani con tutte le sue varianti e tipicità
locali è pressoché infinita. Solo la qualità,
ovunque molto elevata, li accomuna tutti.
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LE CARNI
Nel susseguirsi di valli e dolci colline che
congiungono le stupende spiagge ai massicci
montuosi (dai Monti Sibillini al Monte Catria),
un tempo era normale incontrare due compagni di
lavoro: il contadino e la mucca o il bue. Oggi
l’avvento delle macchine ha eliminato l’animale
da tiro, lasciando spazio alla razza bovina da
carne.
In un ambiente che ha selezionato le attività
lavorative e la popolazione, la montagna è nota
per la varietà di essenze vegetali e pascoli
spontanei, sani e ricchi. I mezzadri alternavano
cavalli, bovini e ovini, per sfruttare meglio il
terreno e non rovinare il pascolo, in virtù del
diverso modo di brucare. I foraggi, di
conseguenza, sono di qualità decisamente
superiore.
In questo contesto ambientale e culturale cresce
la razza bovina marchigiana, fra le migliori
per genuinità e pregio.
Pronipote del bovino
dalle grandi corna, si evolve grazie
all’incrocio con la chianina e, a partire
dall’inizio del XX secolo, con la romagnola. Il
risultato è ottimo e spesso dà vita, anche
all’estero, a incroci migliorativi. E’ una razza
gigante, le cui carni sono tutelate dal marchio
IGP “Vitellone bianco dell’Appennino centrale”.
L’ambiente, il clima dolce ed i pascoli
incontaminati sono gli ingredienti essenziali,
per cui anche la carne equina (il cavallo del
Catria) è di qualità superiore. L’allevamento
della bassa corte (polli, conigli, tacchini,
etc.), che oggi si va affermando a livello
industriale, rimane una presenza costante
nell’aia e nell’alimentazione. Qualità e
tipicità, hanno caratterizzato sino ai nostri
giorni anche il gallo ruspante tipico e le tante
varietà di coniglio, ingrediente base di
numerose e gustose ricette.
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L’ORTOFRUTTA
Nella cultura autarchica aziendale mezzadrile,
il lavoro di ortolano era prevalentemente
riservato alle donne. Il tocco femminile, nella
cura dell’orto, traspariva da mille particolari:
dalla precisione nell’incannare i pomodori,
dall’intramezzare i filari con dei fiori, etc.
Le antiche tradizioni, abbinate al microclima,
hanno consentito lo sviluppo del settore in
tutto il territorio, soprattutto in due giardini
agricoli naturali quali le Valli dell’Aso e del
Tronto dove crescono quasi tutte le varietà.
I
prodotti regionali più noti sono i broccoli, i
cavolfiori di Fano (tardivo) e di Jesi
(primaticcio). Il cavolfiore ha avuto la sua
culla naturale nelle Marche, da cui è partito
verso molti paesi europei. Molto diffuso è anche
il carciofo precoce di Jesi (o violetto)
raccolto i primi di marzo, e quello ascolano,
maturo tra aprile e maggio. Pregiati e di
“antica” coltivazione sono i finocchi, i
piselli, l’insalata ascolana, l’indivia scarola
e l’indivia riccia (tipicamente invernali).
Questi prodotti diedero vita, all’inizio del
secolo, alle prime esportazioni di ortaggi da Pedaso verso l‘Europa. Rinomati i gobbi del
maceratese, la patata rossa dell’altopiano
maceratese di Colfiorito, i fagioli bianchi del
Tronto, la cipolla di Suasa. Da non dimenticare
poi la riscoperta di due cibi poveri come la
cicerchia e le fave (in particolare quelle di Ostra) che, dopo anni di assenza, stanno
tornando nei menù dei migliori ristoranti.
Anche
nella produzione frutticola la scelta si
conserva ampia e la qualità è ottima. Le colline
maceratesi, in concorrenza con Sassoferrato,
sono il territorio della migliore albicocca,
mentre da Serrungarina viene la pera Angelica.
Nella Val d’Aso, zona a forte vocazione
frutticola, primeggiano le pesche della Val d’Aso:
qui il pesco, di origine cinese, trova il
terreno ed il clima ideali. Pregiate anche le
pesche di Montelabbate nel pesarese, così come
le piccole, ma “saporitissime da non trovarne
altre” (Orazio), mele rosa di Amandola e le pere
a cucuccetta di S. Emidio: entrambe, però,
stanno rischiando l’estinzione. Gli alberi
rustici di tutta la fascia collinare marchigiana
danno vita a una gran quantità di visciole,
amarene di Cantiano, prugnoli, mele cotogne,
fichi, melograni e, salendo verso monte, marroni
e castagne, usati soprattutto per gustosissime
marmellate e dolci tradizionali. Stessa sorte
tocca anche ai generosi prodotti del bosco come
more e corbezzoli del Conero, oggi varietà
protetta.
Le piante officinali, già descritte nel ‘500 dai
naturalisti marchigiani, rivestono un ruolo
molto interessante, dal momento che le Marche
sono fra le prime tre regioni produttrici
italiane alle quali attingono copiosamente le
industrie farmaceutiche, profumiere ed
alimentari. Per lo più di origine spontanea e
presenti nei territori montani e collinari, le
principali sono il coriandolo, la passiflora,
l’anice verde, l’issopo, la lavanda, la melissa,
la menta, la salvia, l’alloro ed il finocchio
selvatico, molto utilizzato in particolari
ricette della tradizione quali il coniglio in
porchetta, la porchetta di maiale, le lumache e
le crocette.
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IL MIELE
Il miele è usato nelle Marche sin da tempi
remoti per dolcificare cibi e bevande.
E’composto d’acqua, zuccheri semplici, enzimi,
vitamine, sali minerali e sostanze ormonali.
L’antica usanza dei bugni rustici a ridosso
delle abitazioni rurali, si è affinata col
tempo, prima con la creazione dell’arnia
marchigiana (ormai obsoleta e diffusa anche in
altre regioni), poi con i moderni strumenti ed
attività didattiche d’allevamento.
Le colline marchigiane, intensamente coltivate
con leguminose foraggiere, sulla e lupinella,
forniscono alle api grandi quantità di nettare.
La sua qualità è legata non poco ad un’erba
infestante, stachis o erba della Madonna. Il
miele è dolce, poco aromatico e di colore
chiaro, ricercato anche per ingentilire altri di
minor valore.
Tra i tanti tipi prodotti nella regione, sono
particolarmente pregiati i Milleflori polifiora,
da scoprire ogni volta per la loro personalità
sorprendente e variegata. Più di altri, infatti,
sono legati alla multiforme composizione
botanica e all’andamento climatico stagionale,
cambiando aroma e gusto ogni stagione, così come
cambia la varietà della flora e, di conseguenza,
la proporzione dei nettari raccolti e miscelati
dalle api. Un miele poliflora, quindi, è sempre
diverso.
Tra i monoflora spiccano il miele di melata,
ricavato per lo più da melate di quercia,
ricchissimo di minerali e di potassio, e quelli
di acacia e di girasole.
Un uso antico, oggi riscoperto per la sua bontà,
abbina il miele marchigiano, riscaldato, al
formaggio di fossa.
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I PRODOTTI BIOLOGICI
E’ opinione diffusa che i prodotti biologici
siano qualcosa di molto lontano dalle abitudini
quotidiane, quasi rivoluzionari. In realtà si
tratta di un recupero del passato, arricchito da
nuove esperienze e dallo sviluppo delle
tecniche. Hanno proprietà organolettiche molte
volte superiori ai prodotti convenzionali, dal
momento che non sono soggetti a interventi
chimici di sintesi, nel rispetto dei cicli
naturali e delle esigenze dei consumatori. La
vocazione biologica marchigiana è legata
all’ambiente, al pedoclima, alle tradizioni ed
al costante rispetto per la natura. Non a caso
qualità e tecniche produttive dei prodotti
tipici sono spesso le stesse di quelle definite
biologiche, incoraggiate queste ultime, anche
dalle politiche istituzionali. Un esempio di
connubio tra tipico e biologico è rappresentato
dalla cicerchia, un legume da sempre presente
nella tradizione della regione che di recente è
stato oggetto di una vera e propria riscoperta,
risultando assai apprezzato dai consumatori più
attenti. Il settore del biologico presta una
particolare attenzione ai grani utilizzati per
produrre paste alimentari, spesso macinati con
mulini a pietra, ai conservati (marmellate,
passate di pomodoro, sottaceti e sottoli) e agli
ortaggi.
A fianco del vino biologico, apprezzato in tutta
Europa e ormai anche sulle nostre tavole, si fa
strada la carne biologica che, con
l’approvazione di regole comuni da parte
dell’Unione Europea, è sempre più richiesta per
il suo sapore e per la sicurezza derivante dalle
tecniche di alimentazione degli animali. Per
finire una vera chicca: la birra prodotta
artigianalmente con orzo biologico.
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I PRODOTTI PROTETTI
Nello sconfinato panorama dei prodotti
agroalimentari, la Regione Marche ha cercato di
valorizzare e tutelare la propria produzione,
utilizzando tutti gli strumenti messi a
disposizione dalla normativa comunitaria e
nazionale. Le forme di protezione sulle quali le
Marche hanno puntato maggiormente sono la
registrazione come Denominazione di Origine
Protetta (DOP), come Indicazione Geografica
Protetta (IGP) e il riconoscimento come
“prodotti tradizionali”.
La regione conta attualmente 2 prodotti DOP: il
Prosciutto di Carpegna e la Casciotta d’Urbino.
La DOP rappresenta di certo il riconoscimento
più elevato che un prodotto agroalimentare può
ottenere, in quanto sancisce la forte dipendenza
delle caratteristiche intrinseche del prodotto
con l’ambiente geografico, comprensivo dei
fattori naturali ed umani. Per questo la Regione
si sta adoperando per promuoverne altre, tra
cui, solo per citare quelli per i quali la
registrazione appare più imminente, l’Oliva
Tenera Ascolana del Piceno, il Miele delle
Marche, il Ciauscolo dei Sibillini e il
Ciauscolo tipico delle Marche, il cui
riconoscimento come DOP è in avanzata fase di
realizzazione.
Molto importante è anche la registrazione come
IGP, già ottenuta dal Vitellone Bianco
dell’Appennino Centrale (di cui le Marche sono
una delle regioni più rappresentative), oltre
che dalla Mortadella di Bologna e dalla
Lenticchia di Castelluccio di Norcia che, seppur
marginali, ci vedono comunque coinvolti nella
produzione a livello nazionale. I prodotti IGP
non si differenziano molto dalle DOP, con le
quali hanno in comune il forte legame con
l’ambiente, ma rispetto a queste hanno minori
vincoli di natura geografica, in quanto non
tutte le fasi del ciclo produttivo devono
avvenire necessariamente nell’area di
riferimento.
L’Assessorato all’Agricoltura è stato
particolarmente attivo nel pretendere una
regolamentazione nazionale delle produzioni
tradizionali che si è concretizzata
nell’emanazione del Decreto Legislativo n. 173
del 1998. Nello stesso tempo, la Regione ha
iniziato un intenso lavoro di ricerca che ha
portato, a tutt’oggi, a “riscoprire” 93 prodotti
agro-alimentari tradizionali che rischiavano di
scomparire o di perdere le loro caratteristiche
per potersi adeguare alla normativa in materia
di igiene e salubrità. In questo elenco
convergono prodotti di nota fama, come il
Formaggio di fossa, la Lonza di fico, il Vino
Cotto, il Tartufo Bianco (Tuber Magnatum Pico) e
i Maccheroncini di Campofilone, solo per citarne
alcuni, oltre a prodotti la cui fama è confinata
ad ambiti territoriali ben più ristretti, ma che
comunque sono espressione di antiche tradizioni
che, seppur circoscritte, esprimono intatte il
loro valore socio-culturale.
Questo elenco dei
prodotti tradizionali verrà aggiornato
annualmente, al fine di inserirvi tutti quei
prodotti che non è stato ancora possibile
includere. Oltre ad avere la possibilità di
accedere alle deroghe di carattere
igienico-sanitario, questi prodotti sono
tutelati in quanto i loro nomi non possono
essere registrati da singole imprese essendo un
patrimonio della collettività.
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I DISTILLATI E I VINI TRADIZIONALI
Gli amari al tartufo, i Caffé sport, ma in
particolare i liquori all’anice, sono ormai
prodotti affermati sul mercato nazionale ed
internazionale.
Simbolo di zone come i Monti Sibillini è
l’anice, Pimpinella anisum, termine che deriva
dal latino anisum e dal greco anison. Le
testimonianze sono numerose: il pane cotto con i
suoi frutti, è citato da Pitagora, mentre Plinio
gli attribuiva funzioni di panacea. Il Mistrà e
l’Anisetta nascono dall’uso di aromatizzare
l’alcol, estratto dai residui dell’uva, con le
sue essenze. La gradazione è intermedia, ricca
di aromi e virtù officinali. Il Mistrà, da
Misithra (città bizantina) o da mischia (poiché
viene mescolato con acqua), è diffuso
nell’ascolano e nel maceratese. E’ preferito
puro per gli aromi o come correzione al caffé.
L’Anisetta, più dolce, è classica di Ascoli
Piceno e veniva servita al Caffé Meletti nella
famosa Piazza del Popolo. Si può bere di mattino
ed è ottima nel dessert; allungata in acqua è
dissetante e agevola la digestione. Alcuni la
bevono con la mosca: 3 o 4 chicchi di caffè
annegati nel liquore.
Dalla tradizione contadina
delle zone interne derivano il Vin cotto e il
Vin santo, conservati con processi particolari e
naturali. Il Vin cotto, diffuso nel sud della
regione, nasce dalla bollitura di succo d’uva
che dà un prodotto più stabile, più dolce e più
forte. Sempre presente nelle cantine contadine,
veniva spillato solo nelle grandi occasioni. Era
tipico dei pasti di imperatori, papi e re. Il
Vin santo, più a nord, è liquoroso, zuccherino e
profumato. E’ prodotto con l’appassimento
dell’uva, lento processo fermentativo e
lunghissimo invecchiamento. Esalta la
pasticceria secca ed i formaggi. Nello jesino e
nel pesarese si produce il Vino di visciola, la
ciliegia selvatica collinare e montana che,
fatta fermentare insieme a vino rosso locale, dà
un prodotto aromatico che ben si abbina con i
dolci della tradizione.
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I PRODOTTI TRADIZIONALI
Condimenti:
conserva di pomodoro, salsa di
olive, salamora di Belvedere, pasta di tartufo
bianco
Formaggi:
Cacio in forma di limone, caciotta,
caciotta vaccina al caglio vegetale, caprino,
caprino al lattice di fico, cascio pecorino
lievito – pecorino fresco “a latte crudo”, casecc, formaggio di fossa, pecorino, pecorino
in botte, raviggiolo, slattato.
Carni e frattaglie fresche e loro preparazione:
barbaglia - golega, budellino di agnello o
capretto crudo, cappone rustico, cappone
nostrale, carne di cavallo del Catria, carne
della razza bovina Marchigiana, carne di pecora
Sopravissana, ciarimbolo-buzzico-ciambudeo,
ciauscolo-ciabuscolo-ciavuscolo,
cicoli-ciccioli-sgrisciuli, coppa di
testa-tortella, fegatello, gallo ruspante, lardo
del Montefeltro, lonza-capocollo-scalmarita,
lonzino-capolombo, mazzafegato-salsiccia matta,
miaccio-miaggio-migliaccio, pancetta arrotolata,
porchetta, prosciutto aromatizzato del
Montefeltro, prosciutto delle Marche, salame di Fabriano, salame di Frattula, salame di pecora,
salame di soprassato o soppressato, salame
lardellato, salsiccia, salsiccia di fegato,
spalletta, tacchino bronzato rustico o nostrano
- gallnacc o dindo.
Prodotti vegetali allo stato naturale o
trasformati:
bacche di biancospino in sciroppo,
carciofo Monteluponese o scarciofeno, carciofo
violetto precoce di Jesi, cavolfiore precoce di
Jesi, cavolfiore tardivo di Fano, cicerchia,
cipolla di Suasa, composta di castagne,
cotognata, farina di granturco quarantino
nostrano del maceratese, farro “Triticum
dicoccum”, germogli di pungitopo sott'olio,
germogli di tamaro sott'olio, germogli di
vitalba sott'olio, gobbo di Trodica – cardo di
Macerata, granita con pesche di Montelabbate - Grattamarianna, lamponi sciroppati, marmellate
di bacche di rosa canina, marmellata di cotogne
e radici di cicoria, marmellata di fichi della
signora, marmellata di more, marmellata di mosto
e mele – mostarda, marmellata di pomodori verdi,
marrone del Montefeltro, marrone di Acquasanta
Terme, marrone di Roccafluvione, mela
rosa-pianella-rosetta-durella-appietta, mela
rozza - misto di fine stagione, oliva ripiena
all’ascolana, oliva tenera ascolana del piceno,
olive nere marinate, olive nere tritate, orzo
mondo tostato macinato, pera angelica, roveja –
rubiglio- corbello, taccole, tartufo bianco,
tartufo nero estivo o scorzone, tartufo nero
pregiato, visciolata, visciole o amarene di
Cantiano, visciole essiccate, visciole sciolte
al sole – visciuli a lu sole.
Prodotti della panetteria, pasticceria,
biscotteria:
anicetti, biscotti di mosto,
biscottini sciroppati, bostrengo, calcione di
Treia, calcioni di fave fritte, castagnole,
cavallucci, chichiripieno o chichì, ciambella
frastagliata-ciambella strozzosa, ciambella
all'anice o anicini, ciambellone, cicerchiata,
crescia-crescia brusca-spianata-cacciannanzi,
crescia fogliata – crescia fojata – lu rocciu,
crescia sotto la cenere-torta coi ovi,
cresciolina, crostata al torrone, crostoli del
Montefeltro, fave dei morti,
fristingo-fristingu-frestinghe, frittelle di
polenta, frustenga, funghetto di Offida, lonza
di fico-lonzino di fico-lonzetta di fico-salame
di fico, maccheroncini di Campofilone-Cappellini
di Campofilone, maiorchino-marocchino, pan
nociato, pane a lievitazione naturale, pane di
Chiaserna, pane di Pasqua di Borgopace, pizza
con le noci, pizza di Pasqua o crescia di
Pasqua, pizza o crescia di Pasqua al formaggio,
quadrelli pelosi, rocciata-erbata, scroccafusi,
serpe, sfrappe-fiocchetti,
sughetti-sughiti-sciugheti-sapetti,
tacconi-tacun, torrone di fichi-panetto di
fichi, torta di granoturco in graticola,
ungaracci-ungarucci.
Grassi:
olio extravergine di oliva monovarietale
di Coroncina, di Piantone di Falerone, di
Piantone di Mogliano, di Sargano diFermo, di
Mignola, di Raggia, di Raggiala.
Bevande analcoliche, distillati, liquori:
liquore al cumino, liquore all’anice-mistrà, prunus di Valle Rea-Lacrima di Spino Nero, vino
cotto-vi'cotto-vi'cuot, visner-vino di visciole,
sapa.
Pesci:
filetto di trota affumicato
Prodotti di origine animale:
miele delle Marche,
ricotta, ricotta salata.
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Consulta anche il libro sui prodotti
tradizionali delle Marche al link:
http://www.agri.marche.it/pubblicazioni/Libri/Tradizioni_RegioneOK.pdf
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